Pochi dati su Emergency, quelli essenziali, come in una carta d'identità
un'organizzazione umanitaria senza scopi di lucro.
Italia, 1994.
fornire assistenza alle vittime civili dei conflitti, menomate da ordigni bellici (come
le mine antiuomo), da malnutrizione, da mancanza di cure mediche.
un'organizzazione internazionale privata, cioè indipendente da governi e da partiti.
Aperta senza alcuna discriminazione politica, ideologica o religiosa a tutti coloro che ne
condividono i principi e gli obiettivi e ne sostengono le attivitàumanitarie.
donazioni volontarie da parte dei membri dell'associazione e di chiunque - privati,
fondazioni, imprese - voglia contribuire finanziariamente secondo i propri mezzi e
possibilità. L'associazione riferisce regolarmente e puntigliosamente a tutti, in modo
trasparente e dettagliato, sull'impiego delle risorse, sulle scelte operative e sui
risultati ottenuti.
- prestare soccorsi di emergenza ai feriti organizzando ospedali chirurgici e centri di
riabilitazione
- fornire assistenza sanitaria di base nelle zone devastate dalle guerre, con particolare
attenzione ai problemi materno-infantili
- addestrare personale locale a far fronte alle necessità mediche e chirurgiche più
urgenti in situazioni di conflitto.
- diffondere una cultura di pace. In Italia Emergency ha realizzato il progetto didattico
"Attenti all'uomo!", destinato alle scuole, e ha contribuito alla campagna per
la messa al bando delle mine antiuomo.
EMERGENCY www.emergency.it
via Bagutta 12
20121 Milano
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fax: 02/76003719
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Nel calendario dei suoi tre anni di vita e di attività Emergency, con la sua squadra di
medici, infermieri e tecnici, ha segnato interventi particolarmente impegnativi. Eccoli in
breve.
A Kigali, da luglio a ottobre, una equipe medico-chirurgica ha riaperto l'ospedale
semidistrutto e abbandonato, rimettendo in funzione il blocco operatorio e il reparto di
maternità. In condizioni precarie, in una città per mesi priva di acqua e di
elettricità, sono stati eseguiti piè di 600 interventi chirurgici su civili feriti,
molti dilaniati dalle mine antiuomo. Oltre il 30 per cento di quelle vittime erano
bambini. Quanto alle donne, 1350 hanno ricevuto una qualificata assistenza al parto e
altre 3 mila hanno potuto beneficiare di consultazioni ostetriche e ginecologiche.
In marzo, una equipe formata da 2 chirurghi, 2 infermieri e un anestesista parte da Milano
e dopo 15 giorni di viaggio reso difficile dai posti di blocco e dal territorio aspro,
montuoso, innevato, raggiunge Choman, un piccolo villaggio del nord, vicino ai confini con
l'Iran. Là c'è un piccolo ospedale costruito da volontari tedeschi, da due anni in
disuso e occupato da combattenti locali. La popolazione è agli inizi diffidente nei
confronti di quel gruppetto di stranieri, per di più italiani, cioè provenienti dal
paese che ha prodotto oltre l'80 per cento delle mine disseminate sul territorio del
Kurdistan iracheno. Ma in breve tempo l'ospedale è rimesso in condizioni di efficienza e
accoglie anche 100 persone al giorno: molte dilaniate dalle mine antiuomo, altre allo
stremo per la mancanza di riscaldamento (in una zona in cui la temperatura scende anche a
20 gradi sotto zero) e di cibo adeguato, anche dal punto di vista igienico.
In quasi un anno di attivitè, la squadra di Emergency effettua oltre mille interventi
chirurgici, altre 20 mila persone vengono curate ambulatoriamente, e in quel periodo i
morti sono soltanto sette. Una piccola equipe va di villaggio in villaggio a visitare i
bambini e praticare vaccinazioni. Tutti risultati che spingono le autoritè locali a
chiedere a Emergency l'apertura e la gestione di un secondo centro chirurgico. Richiesta
impellente e più che giustificata: l'intero territorio è disseminato di mine antiuomo
(qualcosa come 10 milioni di ordigni per una popolazione di 3,5 milioni di abitanti).
Nel luglio 1995 iniziano i lavori per la costruzione di un ospedale a Sulaimaniya, città
situata a sud del trentaseiesimo parallelo (la "no fly zone" a nord della quale
Saddam Hussein non può spingersi). Ai primi di novembre, a lavori quasi ultimati, scoppia
un'epidemia di colera: si improvvisa un ospedale da campo e vengono curate 900 persone,
tutte sopravvissute o guarite. A dicembre l'ospedale è completato e a febbraio dispone di
50 posti letto, due sale operatorie, pronto soccorso, radiologia, fisioterapia, mensa e
aule per le lezioni: l'equipe di Emergency infatti, provvede ad addestrare il personale
medico e infermieristico locale in modo che l'ospedale continui a funzionare al meglio
quando la missione sarà terminata. Dalla fine di agosto, con l'intensificarsi della
guerra civile in Kurdistan e con l'intervento di Saddam Hussein, la situazione si aggrava
e i feriti arrivano a centinaia al giorno e nelle sale operatorie si lavora 24 ore su 24.
Ecco alcune cifre significative: da marzo a ottobre di quest'anno nell'ospedale di
Sulaimaniya sono state curate 4168 persone: 1016 ricoverate, 3152 con trattamenti
ambulatoriali. Grazie a Emergency, centinaia di bambini, di donne, di padri di famiglia
hanno avuto salva la vita. E, con l'iniziativa a cui Emergency sta lavorando, avranno
davanti a sè la possibilità di un'esistenza autonoma e dignitosa. perché, invece di
rudimentali stampelle, del tutto inadeguate a quei territori montuosi e accidentati,
saranno dotati di protesi: di quegli arti artificiali che consentono quanto meno di essere
autosufficienti e di essere ancora parte attiva nell'ambito della famiglia, del villaggio,
del vivere in comunità.
Nella sola regione di Battambang nel periodo da gennaio a ottobre di quest'anno le vittime
di guerra si contano a migliaia: circa 2000 di esse hanno riportato ferite o mutilazioni
dovute allo scoppio di mine antiuomo. Per quella zona, Emergency sta mettendo a punto un
programma articolato in due fasi. La prima: costruzione dell'ospedale e fornitura delle
attrezzature necessarie a creare un reparto di chirurgia e sale operatorie per i feriti di
guerra. Seconda fase: invio di un team internazionale specializzato in chirurgia di
guerra.
Attualmente uno staff logistico di Emergency è a Battambang per avviare i lavori di
costruzione dell'ospedale di cui sono già state gettate le fondamenta.
Marzo1997